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giovedì 17 agosto 2017
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LINGUA SARDA


SA LINGUA SARDA


Storia della lingua sarda

 Il sardo è una lingua romanza o neolatina, ossia una parlata che discende direttamente dal latino volgare. Nel lungo processo di formazione della lingua isolana, che si protrae sino ai giorni nostri, la conquista romana del 238 a.C. e la conseguente massiccia diffusione del latino rappresentano certamente l’episodio centrale e più importante. Quando nel 238 a.C. il latino, al séguito dei Romani, giunse in Sardegna, qui si parlavano già altri idiomi, oggi non sopravvissuti, che furono come sommersi dalla nuova ondata linguistica, destinata col tempo ad affermarsi e a costituire l’ossatura della futura lingua romanza del luogo. Nel 456 d.C. la Sardegna, ormai completamente latinizzata, fu occupata dai Vandali: da questo momento in poi subirà una sequela di dominazioni straniere, che tuttavia non avranno per conseguenza l’imposizione completa e duratura delle rispettive lingue o di almeno una di esse, come era accaduto in precedenza coi Romani, ma più semplicemente provocheranno l’accoglimento da parte dell’idioma locale di una serie cospicua di elementi esterni, destinati in ogni caso a non alterarne in profondità l’originario scheletro latino più antico. I Vandali, popolazione germanica sul cui idioma sappiamo pochissimo, assoggettarono l’isola dal 456 al 534 d.C. : ciò di cui siamo certi, in ogni caso, è che nel sardo attuale non compaiono tracce dirette di influenza linguistica germanica. L’età vandalica, ha favorito in Sardegna l’influenza di modelli linguistici latini di ascendenza nordafricana determinando in alcuni casi l’avvio di particolari fenomeni fonetici, morfologici e lessicali. Nel 534 d.C. la Sardegna entrò a far parte dell’esarcato africano di Bisanzio. Allentatisi progressivamente i legami con Bisanzio in séguito all’espansione islamica nel Mediterraneo, tra il IX e il X sec. sorsero nell’isola, nel vuoto di potere creatosi, i quattro giudicati di Gallura, di Cagliari, d’Arborea e di Torres, vere e proprie entità statali autonome. A partire  dal Mille, iniziò la progressiva penetrazione commerciale e politica di Genova e di Pisa in Sardegna, inizialmente attraverso enti ecclesiastici legati alle due repubbliche marinare e per l’iniziativa di casati nobiliari, in séguito anche in modo più diretto, quindi, furono numerosi i cittadini di esse che si trasferirono nell’isola ottenendo privilegi di vario tipo: in particolare, l’ingerenza pisana si affermò più decisamente nei giudicati di Cagliari e di Gallura, mentre nel giudicato di Torres il predominio genovese con il passare del tempo fu più netto, specialmente nella città di Sassari; una posizione in generale più autonoma, seppure fra alterne pressioni, seppe invece conservare il giudicato di Arborea. La conseguenza linguistica più evidente delle vicende storico‑politiche appena ripercorse per grandi linee fu la penetrazione nel sardo di un numero considerevole di voci italiane antiche, come si riscontra in alcuni casi già nei primi documenti dell’XI sec. L’influsso pisano, inoltre, fu particolarmente incisivo nel meridione dell’isola, dove modificò in modo sensibile la veste fonetica del campidanese, che proprio a partire da questo periodo cominciò ad assumere una serie di tratti distintivi rispetto alle parlate logudoresi. Infine, va segnalato che l’influsso italiano, stemperatosi durante il periodo catalano‑aragonese e spagnolo, è ripreso intenso dopo che, nel 1720, la Sardegna è passata ai Piemontesi e in seguito è divenuta parte dello Stato italiano: in particolare, l’apertura verso l’esterno imposta dall’esperienza delle due guerre mondiali, il servizio militare obbligatorio (svolto spesso in caserme del continente), la creazione di una rete stradale che ha in parte annullato l’antico isolamento delle regioni centrali, la scolarizzazione di massa e la diffusione capillare sul territorio dei mezzi di informazione nazionale hanno fatto sì che la conoscenza dell’italiano si diffondesse in misura massiccia. Nel 1323 un corpo di spedizione guidato dall’infante Alfonso, figlio di Giacomo II d’Aragona, sbarcò in Sardegna, accadimento che può essere considerato l’atto iniziale di un nuovo periodo della storia sarda che vide l’isola, sino al 1720, soggetta in modo pressoché ininterrotto dapprima al dominio catalano‑aragonese e poi a quello spagnolo lasciando, dal punto di vista linguistico, un’impronta profondissima nella fisionomia del sardo. La diffusione del catalano, lingua ufficiale dei conquistatori sino al 1479, fu più rapida e intensa nella regione meridionale dell’isola che non in quella settentrionale. In particolare, poi, il catalano si affermò nelle città, e a Cagliari più che altrove, mentre nel contado si continuò a parlare il sardo. Per quanto riguarda lo spagnolo, il suo uso tardò a farsi strada nell’isola, soprattutto in quelle zone in cui più aveva preso piede il catalano, ossia nella Sardegna meridionale, ove bisognerà attendere la fine del Seicento per poter parlare di una vera e propria fruizione del nuovo codice linguistico. Iniziando dalle varietà linguistiche alloglotte presenti nell’isola, ricordiamo in primo luogo l’algherese, parlata catalana ancora oggi vitale ad Alghero, nella regione nord‑occidentale, nata in séguito al ripopolamento della cittadina nel 1354 con elementi catalani. Inoltre, a Carloforte e a Calasetta, nella Sardegna sud‑occidentale, si parla un dialetto ligure, il tabarchino, sviluppatosi a partire dal 1738, quando Carlo Emanuele III di Savoia concesse l’isola di San Pietro a dei coloni originari di Pegli provenienti da Tabarca, di fronte alla costa tunisina. Più complessa è la questione relativa al sassarese e al gallurese, varietà parlate nella regione settentrionale dell’isola: a ovest il sassarese, tutt’oggi in uso, oltre che nella città di Sassari, a Sorso, Porto Torres e Stintino; a est il gallurese, che ha come zona di diffusione appunto la Gallura. Prendendo in considerazione i dialetti propriamente sardi, la divisione fondamentale riguarda lo spazio linguistico settentrionale, in cui è parlato il logudorese, e quello meridionale, in cui è parlato il campidanese. Il Campidanese si estende da Cagliari a Oristano e dal Sulcis all'Ogliastra. Si distingue in:
-varietà settentrionale , che copre le località di Cabras, Fordongianus e, passando per la Valle del Tirso, il Sarcidano e il Mandrolisai (Laconi, Austis, Sorgono, Desulo);
-varietà ogliastrina , da Tertenia fino a Urzulei;
-varietà del Sarrabus , compresa tra San Vito, Muravera e Villaputzu;
-varietà centrale , da Quartu a Barumini e Tuili;
-varietà occidentale , che abbraccia l'oristanese e il campidano;
-varietà sulcitana , da Carbonia a Teulada


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